Franco Valente, architetto venafrano, cittadino onorario di Gambatesa, di “Molisesite/Blog”,futuro Governatore del Molise.

di Orlando Abiuso

OGGI COME IERI

A Franco Valente, architetto benemerito venafrano, autore del libro d’arte “Il castello di Gambatesa”, la cittadinanza onoraria e le chiavi della città di Gambatesa.

Il sindaco di Gambatesa, (“il mio paese”), ha conferito nell’anno 2016 (su proposta del Consigliere delegato alla Cultura) a Franco Valente, architetto benemerito e storico dell’arte del Molise, la cittadinanza onoraria e le chiavi delle città di Gambatesa, noto paese molisano che ha mantenuto intatte le sue tradizioni folkloristiche ad opera dei vari comitati riuniti nell’Associazione “Pro Loco”( le “majtunate” nel mese di dicembre; il “festival della canzone dialettale molisana” nel mese di agosto; la festa della “Madonna delle traglie” nel mese di luglio, il pandemonio del “tub-tub” in chiesa, nei giorni canonici della settimana santa).

Il paese,(che si aggrappa lungo un costone sul quale scorre la strada statale ss.17 appulo-sannitica, posizionandosi quasi ai confini della regione Molise, si unisce alle Puglie attraverso le acque dell’invaso o lago di Occhito, sorto dallo sbarramento del corso del fiume Fortore), è noto anche per il carattere vivace e pungente della popolazione, che è racchiuso nel noto detto: “Jammates’, brutta gente e mal’ paese; e per tanto che son malagent’, pur’a jerv’ è pungechent’”, che tradotto suona: Gambatesa, brutta gente e cattivo paese, tanto sono cattiva gente, che anche l’erba ( l’ortica) è pungente!”.

A Franco Valente, architetto venafrano, è andato l’ambito riconoscimento di cittadino onorario di Gambatesa per i meriti acqusiti come autore di un monumentale libro d’arte dal titolo: “Il Castello di Gambatesa”, nel quale” per la prima volta viene fornita una lettura completa ed omogenea degli affreschi (portati alla luce) nel maniero di Gambatesa,…collegando in soluzione di contiguità i significati delle raffigurazioni delle diverse sale e dei diversi feudatari che si sono succeduti in un preciso contesto storico di riferimento…spingendosi oltre e indagando anche sulle chiese del paese e sui tesori ivi conservati procedendo ad un accurato studio di tele, croci, statue e fonti battesimali”.

A farmi cambiare idea sulla mia decisione di mettere la parola “fine” al mio blog “Il Moliseesiste” ultimo della settimana scorsa, e a motivare il ripensamento di scrivere ancora questa ultimissima  puntata, è conseguenza di una casuale rilettura  di un post, nel diario di Franco Valente del 22 ottobre, dal titolo LA GIOVENTU MOLISANA E’ MORTA?. L’avevo letto e frettolosamente condiviso con un post generico, sottostimando i contenuti dell’ultimo capoverso riguardante gli insegnanti, che termina con un appello. “Non dobbiamo lasciarli soli!” 

Sono anch’io della categoria e mi sento coinvolto, colpito, compulsivamente spinto a intervenire con quest’ultimissimo spot. Diplomato maestro elementare presso l’Istituto Magistrale “Regina Elena” di Campobasso nell’anno scolastico 1959-60: regnavano allora nell’Istituto, (che ha diplomato quasi tutti i mastri e maestre elementari del Molise,) la Preside Maria Benevento, il Prof. Carozza, prof. Mancini ed altri. Dopo aver vinto il concorso magistrale per un posto di maestro a Salerno, andai a prendere servizio per l’assegnazione della sede di lavoro. Ecco il racconto che ho fatto, in una rubrica settimanale, dal titolo “Io speriamo che me la cavo”, sul giornale quotidiano “La Prealpina” di Varese.

*Io speriamo che me la cavo*

La prima campanella del maestro unico  (di Orlando Abiuso).

La mattina del primo giorno del mese di ottobre (inizio dell’anno scolastico 1970/71), raggiunsi a bordo di una Fiat 500D color grigio topo, la cittadina di Mercato San Severino un provincia di Salerno, sede della direzione didattica indicata sul mio foglio di nomina, dove avrei ricevuto l’assegnazione della sede e della classe dal dirigente del circolo didattico.  “Professore, esordi il direttore didattico salutandomi: a lei, che è fresco di studi pedagogici e di prima nomina, noi abbiamo assegnato una prima classe nella sede scolastica di Acquarola, poco distante da qui. Vedrà che si troverà bene, Ci faccia sapere!”. Risalito in macchina, raggiunsi la sede staccata: ero incredulo, frastornato; sorpreso per l’appellativo di “professore” (ero stato promosso sul campo dal direttore didattico), preoccupato per il debutto da maestro unico, proprio in una prima classe elementare. Ero preparato da maestro di prima nomina (mi interrogai intimamente), a insegnare in una prima classe?  A questo particolare lavoro, che non è una mansione, un lavoro qualsiasi, ma richiede la disponibilità a porsi in relazione con bambini, in età evolutiva, e formare in essi una personalità integrale.  Ai maestri non viene mai insegnato come insegnare: per quanto preparati culturalmente possono essere, resta il fatto che ognuno deve improvvisare da solo, il proprio metodo didattico. A la faccia del Tirocinio in classe, materia inserita nei programmi d’insegnamento dell’ultimo anno per la formazione dei maestri! Riflettei un attimo: in una prima si può però applicare il metodo globale di Ovidio Decroly, o il metodo Montessori, e poi Dewey, Cèlestin Freinet, Jean Piaget. Ancora più indietro: i precursori della pedagogia contemporanea, Jean Jaque Rousseau (il suo fanciullo allo stato naturale è buono, la civiltà ne ha corrotto i costumi), Johann Heinrich Pestalozzi (l’amore alla base dell’educazione dei fanciulli).  Mi resi conto ora sul campo, che era tutta teoria appresa sui banchi di scuola, non avevo esperienza di tirocinio didattico in una scuola elementare: i testi sacri non insegnano ad affrontare una prima classe di 31 bambini! Cercai un appiglio da dove cominciare: proporre un dettato in classe, avrei corretto gli errori di ortografia, avrei spiegato l’uso dell’“h” e del verbo essere ed avere…accidenti! Mi ricordai che i miei alunni erano “primini”, erano analfabeti, non sapevano ancora né leggere né scrivere, per poter fare un dettato!

 Quando entrai in classe, gli occhi di trentuno bambini mi piovvero addosso: ero il loro primo maestro unico! Sulla cattedra vidi il registro di classe, lo aprii: in prima pagina l’elenco scritto dei miei alunni, trentuno in tutto. i miei alunni, trentuno in tutto. Incominciai a fare l’appello per conoscere singolarmente gli alunni: cognome e nome scorrevano dalla mia bocca lentamente, mentre approfondivo notizie personali degli alunni.  Finito l’appello, un solo alunno di nome Giuseppe non rispondeva alla chiamata. Supposi che fosse assente e li contai uno ad uno: erano trentuno, quanti elencati nel registro. Dedussi che l’alunno Giuseppe non era quindi assente: era in classe, non rispondeva all’appello. Rifeci l’appello lentamente, chiedendo ai chiamati di rimanere in piedi, arrivando ad appellare l’alunno di nome Giuseppe, senza però ottenere alcuna risposta. Alterai allora il tono di voce, minacciando di abolire per punizione l’intervallo e l’uscita per i gabinetti, se non fosse saltato fuori chi era Giuseppe, e stetti ad aspettare.  Finalmente un alunno si alzò in piedi, e indicò con la mano un compagno che aveva il volto appoggiato sul banco, nascosto tra le braccia, esclamando:” Prufessò, è chillù llà !”. Tra le lacrime l’alunno indicato con la mano dal compagno, negava di chiamarsi Giuseppe, mentre i compagni in coro insistevano che Giuseppe era lui. Mentre si asciugava le lacrime, con tono piagnucoloso, l’alunno esclamò: “Io nun mè chiamo Giuseppeio mè chiamo Puppino!” Aveva ragione lui: in famiglia sin da piccolo lo avevano sempre chiamato “Puppino”; così i compagni di gioco. “Puppino” non si riconosceva nel nome anagrafico “Giuseppe” assegnatogli nel registro di classe. L’episodio fu illuminante per me, maestro alle prime armi: compresi quanto fosse determinante la provenienza di un bambino dal suo ambiente socio-famigliare, quale peso avesse sul futuro scolastico e nella sua vita. Gli alunni in prima classe non partono tutti uguali; il loro bagaglio culturale di partenza è legato alla condizione sociale della famiglia di provenienza, che sarà denominatore del futuro successo o insuccesso scolastico dello stesso. Alla scuola è demandato il compito di fargli acquistare la identità di Giuseppe, i diritti civili, l’educazione come formazione integrale, la promozione sociale di cittadino.

Caro Franco,

raccolgo e condivido il tuo appello di non lasciare “soli” gli insegnanti (professori e maestri eroici, che continuano a sognare una resurrezione” e non sono scappati via, ma sono rimasti al loro posto nella regione¸ rimasta in mano a funzionari poco raccomandabili (*anime prave*…) “Ed ecco verso di noi per nave- un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: “Guai a voi, anime prave”! Sono le anime degli ignavi che Dante incontra nel Vestibolo dell’Inferno: anime di coloro che non si schierarono nè dalla parte del bene nè da quella del male. Tra esse Dante crede di riconoscere papa Celestino V, che per viltà rinunciò al soglio pontificio, originario di un paesello del Molise. Sembra che stia aspettando da secoli, l’anima di un suo compaesano funzionario, illustre amministratore del Molise, per fare due chiacchiere con lui  e informarsi sui parenti  rimasti nel paesello e su altri paesani suoi contemporanei. (Dante, Inferno, canto III)

Veniamo ai professori e maestri eroici, maschi e femmine. Come ho già premesso, è’ proprio questo l’argomento del tuo post che mi ha maggiormente colpito e ferito, compulsivamente spinto a scrivere quest’ultimissimo post.

Rileggiamo il post di Franco del 22 ottobre:

“La gioventù molisana è morta?”

I migliori sono riusciti a fuggire

La grande forza di alcuni sindaci del Molise sono i giovani che se ne sono scappati dal Molise e hanno lasciato questa regione in mano a funzionari (*anime prave*…) poco raccomandabili. Si sono rideterminate le condizioni simili a quelle che precedettero l’invasione del Meridione da parte dei Piemontesi per colpa della burocrazia borbonica che aveva cancellato il sogno utopistico di Carlo di Borbone e Amalia di Sassonia.

Eppure incontro continuamente professori e maestri eroici, maschi e femmine, che, nonostante il degrado culturale di questo Molise e lo sfascio anche estetico delle nostre scuole, ancora continuano a sognare una resurrezione.

Non dobbiamo lasciarli soli!

L’insegnamento nelle scuole non è un mestiere, ma una missione che continua anche dopo l’orario d’ufficio. Chi non si sente empatico con i bambini e gli adolescenti, non dovrebbe insegnare, come fanno la maggior parte dei docenti che detengono le cattedre delle scuole, ma realizzarsi in un mestiere, in un lavoro gratificante, in una attività commerciale, come amministratore…

Ti propongo, per chiudere, di leggere il seguente testo a mia firma, pubblicato sulla “Prealpina” di Varese, nella già citata rubrica “Io speriamo che me la cavo”:

Salvatore salvato dall’abbandono”. Dalla rubrica “Io speriamo che me la cavo” da “La Prealpina” di Varese.

di Orlando Abiuso.

Per la Fondazione Agnelli in collaborazione con l’Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione) hanno sfornato di recente indagini statistiche sulle capacità didattiche degli insegnanti nelle scuole primarie e secondarie delle.  I maestri sono più formati dei professori delle medie. “E’ necessario uno sforzo energico per migliorare la capacità didattica del maggior numero possibile di cocenti- chiosa Andrea Gavosta, direttore della Fondazione Agnelli, a margine della ricerca-indagine sulla conoscenza e competenze didattiche degli insegnanti che operano nell’universo della scuola. Investire in innovazione didattica e formazione degli insegnanti italiani deve essere un obiettivo del piano italiano in vista di Next Generation Eu”. A pochi giorni, sul “Corriere della sera” di lunedì 22 febbraio 2021, il giornalista Gian Antonio Stella scrive: “Le competenze tecnologiche? I nostri prof. battuti dai colleghi vietnamiti”. Il rapporto sulla ricerca e lo sviluppo di Observa – Annuario Scienza Tecnologia e Societa 2021, a cura di Barbara Saracino e Giuseppe Pellegrini, contiene infatti una tabella sulla scuola che lascia diversi interrogativi. Sulla base dei dati Ocse del dossier “Talis 2018”, i docenti che dichiarano di aver imparto durante il loro percorso scolastico l’uso delle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, (in inglese Ict) necessarie poi per insegnare a loro volta ai loro alunni come usare a scuola il computer e vari strumenti tecnologici, risultano dare risposte contraddittorie. Ed ecco che i professori italiani delle secondarie di primo grado (quelle che giustamente Ernesto Galli della Loggia vorrebbe chiamare come vengono da tutti chiamati e cioè scuole medie) rispondono nel 52,5% dei casi che si, erano preparati già nel 2018, ultimo dato disponibile e precedente alla pandemia, per utilizzare tutte le opportunità offerte. Una percentuale inferiore alla media Ocse, quattro punti sopra, al 56%. Certo, quegli stessi nostri insegnanti alla domanda successiva e cioè se si sentono “preparati per l’uso delle Ict nell’insegnamento”, calano bruscamente al 35,6%. Consapevoli della propria insufficienza. I confronti più impietosi, però, in quel dossier in uscita per il Mulino, sono con i Paesi che sembrano aver puntato di più sul futuro… gli Emirati Arabi Uniti (86,5%), Singapore (88,2%) fino al Vietnam dove i professori spiccano su tutti con il 96,6%. Bum!…

Si fanno indagini sulla validità della sola didattica (seppur carente), degli insegnanti italiani, nelle diverse ricerche, che è parte dei requisiti professionali dell’insegnante, e si completa con  le qualità umane  indispensabili per insegnare nella scuola. Secondo il prof. Umberto Galimberti, filosofo e sociologo, “la scuola non dovrebbe avere solo l’istruzione come scopo. La mente non si apre se non si apre il cuore. Quanti di noi hanno studiato tantissimo alcune discipline grazie al fatto che avevano insegnante affascinanti e quanti hanno studiato poco o niente perché detestavano alcuni altri professori? Perché la scuola deve istruire o educare? Un quesito che da sempre si pone sulla scuola e gli insegnanti. Secondo il prof. Galimberti, “istruire significa trasmettere contenuti culturali per via intellettuale da una mente all’altra, dall’insegnante al discepolo: Educare significa usare la dimensione emotiva-sentimentale dei ragazzi, aiutandoli a passare dalla pulsione, all’emozione, la mente non si apre se prima non s’apre il cuore. Il prof Galimberti contesta il sistema di reclutamento dei docenti: i quali, a suo dire, non hanno svolto, nel loro percorso, studi di psicologia dell’età evolutiva. Hanno a che fare con persone di quell’età e non sanno nulla di psicologia? La scuola è schiava della tecnica: prima non educava, perché aveva professori che non avevano le caratteristiche di cui parlavo prima. Per educare bisogna avere a che fare con la soggettività degli studenti, che oggi messa fuori gioco. Se è vero che al posto dei temi si fa la comprensione del testo scritto, si è spostata la valutazione dalla soggettività alla prestazione. A questo punto anche la scuola è serva del modello tecnico. I ragazzi non contano più come soggetti ma solo nelle loro prestazioni. La realtà è che siamo passati di una scuola umanistica a un’educazione anglosassone, perdendo un’infinità di valori della prima. La scuola anglosassone è empirismo, pragmatismo, valutazione oggettiva”.

P.S.: Ho insegnato alcuni anni in una scuola elementare rurale, pluriclasse, nel Cilento, dove ho maturato esperienze educative in sintonia con le qualità e  i requisiti desiderati  dal sociologo prof. Galimberti: le due interfacce dell’istruire e dell’educare devono convivere nella persona dell’educatore. Gli consentono di attuare decisioni educative al meglio per l’alunno. Ho raccontato questa mie esperienze didattiche vissute sul campo, in una rubrica settimanale “Io speriamo che me la cavo” sulle pagine del giornale di Varese, “La Prealpina”, dalla quale trasferisco il racconto di una esperienza maturativa, in questo “blog”.

Salvatore salvato dall’abbandono (titolo della puntata sulla Prealpina).

Una causa collaterale al fenomeno dell’analfabetismo in Italia, è l’abbandono scolastico che può verificarsi nel corso della scuola elementare o della scuola media. Sono gli studenti che si perdono per strada e quasi sempre, per gravi cause d’ordine economico-sociale; sofferenza delle famiglie per difficoltà economiche, utilizzo dei minori in lavori di aiuto alla famiglia, spesso al minore viene affidata la vigilanza di animali al pascolo; più raramente per incomprensioni gravi con l’insegnante .Mi venne assegnata la sede definitiva di maestro elementare di ruolo a Perdifumo, un piccolo e remoto paese di collina in provincia di Salerno, nel Cilento,dov4e mi ritrovai titolare di una pluriclasse di secondo ciclo (classi terza, quarta e quinta elementare che formava una sola classe in un una sola aula. L’edificio scolastico (si fa per dire) era costituito da una “masseria” dismessa, i cui proprietari erano contadini emigrati all’estero. Il sindaco del paese l’aveva affittata per ospitare la mia pluriclasse, ubicata in quella conca ai piedi del paese, dove scorreva il fiume Testene. Tra gli alunni, tutti figli di contadini della contrada, ce n’era uno, di nome Salvatore, che frequentava la quinta elementare. Nel corso dell’anno scolastico avevo notato che la sua frequenza a scuola era regolato dal ritmo della stagione e particolarmente dalla climatologia locale: quando il tempo era cattivo (pioveva o nevicava), Salvatore era presente alle lezioni; appena il tempo si metteva al bello, il banco di Salvatore diventava vuoto. Domandai ai suoi compagni se conoscevano la causa delle assenze del loro amico e subito mi risposero in coro: “Professo’,quann’ chiov’ o nevec’ Salvatore viene’ a scola, quann’ u’ tiemp è bell’ tiene da badà e’ capr’” (Professore, quando piove o nevica Salvatore viene a scuola, quando il tempo è bello va a pascolare il suo greggio di capre”). Ora era tutto chiaro! Salvatore era uno studente-lavoratore già a undici anni, alle dipendenze di suo padre, un padrepadrone!  Una mattina di primavera inoltrata Salvatore si presentò in classe con la testa tosata a zero con chiazze di capelli residui un po’ dappertutto.  A guardarlo sembrava un ragazzo uscito da un lager nazista. Aveva subito una tosatura tipo “naziskin”, che lo faceva somigliare ad un “gallo cedrone”. I compagni di classe lo guardavano e ridacchiavano con tono di scherno: Salvatore abbassava gli occhi con vergogna sul volto. Gli chiesi quale parrucchiere lo avesse mai conciato in quel modo. E Salvatore abbassava lo sguardo fissando il pavimento e non rispondeva. I compagni morivano dalla voglia di parlare, allora diedi loro la parola. Mi raccontarono e spiegarono che il giorno precedente, il padre di Salvatore aveva tosato le capre ed in ultimo aveva tosato anche il figlio con le stesse cesoie usate per le capre: era già primavera inoltrata, e così facendo, risparmiava sul parrucchiere.! Compresi il dramma famigliare e sociale del mio alunno e vidi per lui un futuro grigio di miseria e di privazioni, di lavoro duro nei campi, di emarginazione. Mi sforzai con parole adeguate di fargli comprendere l’importanza di frequentare tutti i giorni la scuola per poter conseguire, a giugno, la maturità di quinta elementare, indispensabile per espletare un qualsiasi lavoro, anche se umile, nella nostra società. Convocai il padre, che non si presentò; gli chiesi allora, attraverso il diario del figlio, di concedere a Salvatore la possibilità di frequentare la scuola tutti i giorni, affinché potesse sostenere con esito positivo gli esami di quinta elementare. In caso contrario correva il rischio di essere bocciato e dover ripetere l’anno scolastico, che non avrebbe certamente ripetuto. Incoraggiai il mio alunno-lavoratore a proseguire gli studi dopo la quinta elementare per conseguire il diploma di licenza media se voleva sperare in un futuro migliore. Gli ricordai che, in un tema aveva scritto che, quando sarebbe diventato più grandicello, aveva intenzione di emigrare nella Svizzera per cercare lavoro. Quale lavoro avrebbe potuto svolgere senza un minimo titolo di studio? Alle prove d’esame- licenza, Salvatore si presentò ben pettinato e vestito a festa. Mi guardava, come per dirmi: Ecco, sono venuto, come mi hai chiesto. Le sue prove d’esame furono scadenti, cionononstante ed in barba ai regolamenti scolastici che imponevano il raggiungimento della sufficienza in tutte le materie, per essere approvato, lo promossi ugualmente, motivandolo opportunamente in una relazione allegata al registro di classe, dove dichiaravo che per l’alunno era più positiva la promozione sul piano umano, nonostante le prove d’esame insufficienti, per incoraggiarlo e dargli una prova concreta della mia umana solidarietà. Sapevo che una bocciatura avrebbe sortito solo l’effetto dell’abbandono della scuola per sempre. L’anno scolastico successivo avevo ottenuto il trasferimento in una scuola di Legnano, dove avevo trasferito la mia residenza. Verso Natale, mi pervenne una lettera con calligrafia incerta e infantile: dal timbro postale lessi Perdifumo. L’aprii, era una lettera di Salvatore, che mi ringraziava per la promozione ricevuta e per farmi sapere che frequentava la prima classe della scuola media in paese! Avevo preso una buona decisione promuovendolo sottobanco: avevo così rimesso in moto le aspirazioni e la volontà di Salvatore che si era attivato per ricercare presso la segreteria della direzione didattica il mio indirizzo, mi aveva scritto una lettera per dirmi grazie! Avevo evitato un abbandono scolastico, e non solo!